Ci sono vari elementi che consiglierebbero di valutare con molta cautela le attuali "notizie" riguardanti la Libia. A differenza dell'Egitto, la Libia non ha masse di disperati urbani, in parte perché il regime ha adottato un sistema paternalistico/assistenziale che evita gravi forme di miseria, ed in parte perché mancano proprio le masse, dato che si sta parlando di un Paese spopolato, in cui anche la cifra ufficiale di quattro milioni di abitanti risulta da stime demografiche piuttosto gonfiate per ciò che concerne le zone desertiche. C'è anche da considerare che i milioni di manifestanti visti al Cairo si avvalevano della benevola neutralità dell'esercito, mentre le poche migliaia (?) di pacifici manifestanti libici, secondo i media si sarebbero trovati addirittura sotto bombardamenti aerei e di razzi: un particolare che risulta alquanto irrealistico, e non perché il regime non sarebbe capace di tanto, ma perché solo una rivolta armata - molto bene armata - potrebbe reggere a lungo ad un tale tipo di trattamento. Quindi, più che di una rivolta si tratterebbe di un golpe, e con tanto di agganci in settori del regime libico. "Dittatore" è una di quelle parole in grado di mandare completamente in vacanza il senso critico dell'opinione pubblica "occidentale", ed ecco perché la narrazione mediatica di una rivolta popolare spontanea, che però si dimostra capace di occupare un'intera città come Bengasi, non ha suscitato sinora dubbi e perplessità.
mercoledì 2 marzo 2011
sabato 5 febbraio 2011
Nostra patria è il mondo intero
di Massimo Varengo
È aperta da tempo la ricerca di risposte efficaci alla drammaticità crescente della questione sociale contraddistinta sia da una imponente crisi economica che da una serie di conflitti regionali, etnici, religiosi, in profonda correlazione con l’affermarsi della politica di attacco al livello di vita, di reddito, di salute, delle classi popolari e di ridefinizione del sistema di dominio mondiale. A sinistra alcuni ricercano nelle ricette di un liberalismo umanitario ormai datato qualche possibilità d’uscita, altri studiano di rilanciare il ruolo dello stato nazionale a garanzia di un rinnovato patto tra capitale e lavoro. Ma la centralizzazione dei processi decisionali, la circolazione di masse imponenti di capitali, lo scardinamento delle economie nazionali, la riduzione dei poteri dei singoli stati, la dimensione stessa della crisi finanziaria in atto, non rende credibili queste opzioni. Non a caso è nei contenuti dell’anarchismo maturo che oggi la parte più viva, più critica della società va ricercando, consapevolmente o inconsapevolmente, materiali per costruire il futuro possibile.
giovedì 3 febbraio 2011
COMUNICATO DELLA F.A. SULLA SITUAZIONE IN EGITTO E TUNISIA Del 29-1-2011
In Tunisia e dovunque nel mondo
il popolo insorge !
Dalla rivolta alla rivoluzione
Dopo aver cacciato il dittatore ben Alì, il popolo tunisino, ed in particolare la gioventù, continua la sua lotta ed il suo cammino verso la libertà. Una parte della popolazione, in particolare i più poveri, respinge il sistema dei partiti al potere e rifiuta di farsi bloccare in giochi elettoralistici. Continuando la sua lotta, il popolo tunisino può approfittare del suo impulso di libertà per conquistare dei nuovi diritti: ripartizione della ricchezza, sicurezza sociale, affermazione della laicità, libertà politiche. La questione essenziale è di costruire e rafforzare le forme di autorganizzazione e di resistenza sindacale, municipale, nei paesi e nei quartieri.
La lotta del popolo tunisino si è allargata a macchia d’olio in altri paesi arabi (Algeria, Egitto, Yemen, etc.) anche se i contesti non sono gli stessi. Possiamo dire che la rivolta tunisina è iniziata con la rivolta della popolazione del bacino minerario di Gafsa, nel 2008, considerando le poche lotte sindacali negli altri paesi dove i governi hanno avuto cura di eliminare qualsiasi movimento di opposizione. In Tunisia gli appelli allo sciopero generale hanno permesso di dare una assise sociale alla contestazione: alcuni padroni sono stati cacciati, e si sono tenute assemblee. Ne sono scaturite delle forme di auto-organizzazione per garantire la vita quotidiana della popolazione. Sono quelle forme di auto-organizzazione che hanno permesso di resistere alla repressione delle milizie. Globalmente, in vari paesi ed in particolare in Egitto, è una rivolta dei giovani contro il regime e contro l’innalzamento del costo della vita. L’esercito non ha fatto ancora la scelta di abbandonare il governo in carica, almeno di non intervenire. Di conseguenza niente lascia prevedere un esito piuttosto che un altro, anche se temiamo altri bagni di sangue come quelli in corso.
Ciò che giustifica queste rivolte sono le privazioni della libertà, la violenza, la repressione, la dittatura ma ancor più l’innalzamento dei prezzi, le disuguaglianze sociali, la miseria, lo sfruttamento. Possiamo dire che tale situazione è vissuta dalla totalità delle classi popolari del pianeta. La rivoluzione è cominciata in Tunisia. Dove si fermerà? Dobbiamo denunciare le strategie mediatiche e la complicità dei politici per i quali la soluzione non può essere che nella prosecuzione del sistema esistente. Per loro l’assenza di potere è sinonimo di caos. Temono le capacità di auto-rganizzazione dei popoli e le loro capacità di realizzazione. I popoli in rivolta aspirano all’uguaglianza e alla libertà, que non saranno possibili se non nel rifiuto di tutte le forme di sfruttamento e di oppressione, sia economiche, politiche, religiose, sessuali, morali.
E’ tempo di costruire una società libera ed egalitaria, senza farsi scippare la rivolta dai partiti politici o/e religiosi. L’esempio dell’Iran dovrebbe essere ricco di insegnamenti. Allo stesso modo, in Algeria, la popolazione ha dovuto lottare contro la violenza del partito ancora al potere e contro gli islamisti. In Iraq le lotte sindacali e politiche si sviluppano senza farsi arrestare dalla guerra in corso fra imperialismo americano e islamismo politico. Guerra che si fa da sempre a discapito della vita, della libertà dei popoli che opprimono o cercano di opprimere. La speranza suscitata dalla rivoluzione tunisina offre una terza via per questi paesi e le loro popolazioni: costruire una nuova forma di organizzazione sociale basata sulla libertà, l’uguaglianza, la solidarietà, ed il rifiuto del sistema di potere e di dominio. In questa lotta, i popoli dei paesi arabi e del mondo troveranno sempre gli anarchici a sostenerli e ad aiutarli.
Spetta a tutti noi di fornire il sostegno necessario a queste lotte, e fare pressione sugli interessi dei governi e dei padroni e di estendere l’ondata della protesta rivoluzionaria.
Federazione anarchica
lunedì 24 gennaio 2011
A fianco della rivolta Tunisina
Nel 1999, l'ammiraglio Fulvio Martini, già dirigente del Servizio Segreto Militare (SISMI) riferì alla Commissione Stragi del Parlamento italiano: “Negli anni 1985-1987 organizzammo una specie di colpo di Stato in Tunisia, mettendo il presidente Ben Ali a capo dello Stato, sostituendo Bourguiba (esponente di primissimo piano nella lotta di indipendenza dal colonialismo francese, NdR)”. Martini, inoltre, nel suo libro “Nome in codice: Ulisse” precisò che le direttive venivano da Craxi e da Andreotti, allora rispettivamente presidente del consiglio e ministro degli esteri.
Successivamente l'oppositore del regime dittatoriale di Ben Ali, Taoufik Ben Brik ha denunciato come i governanti italiani abbiano rinforzato il regime “rimpinguando i suoi forzieri e armando il suo braccio contro il popolo”. Non a caso fu in Tunisia che il latitante Craxi si rifugiò, riverito, protetto e seppellito, per sfuggire alle condanne inflittegli.
La rivolta e la lotta in corso in Tunisia ci appartengono, le sentiamo come nostre, sia perché sono contro un regime dittatoriale, arrogante e corrotto sia perché nate per conquistare, non solo migliori condizioni di vita, ma anche libertà di parola e di organizzazione. Le sosteniamo in quanto espressione autonoma di esigenze popolari, sganciate da logiche di compatibilità geopolitiche.
Mentre a destra e manca si denuncia il rischio dell'anarchia, e le classi dirigenti tunisine, con i loro protettori europei, stanno cercando di piegare ed ingabbiare la protesta popolare dentro un processo elettorale, per disarmare la volontà di lotta delle masse; mentre si è costituito un governo fantoccio, di fatto controllato dagli amici e colleghi di Bel Ali per garantire la continuità del sistema di sfruttamento e di oppressione; mentre il ministro Frattini si pronuncia per la 'stabilità' dell'area (ove 'stabilità' sta per 'ordine e disciplina') è importante pronunciarsi e manifestare a favore del tentativo di auto-emancipazione popolare e sostenere con forza la protesta e la rivolta in corso, che si sta misurando con l'esercito e le bande armate fedeli all'ex presidente, fuggito con più di una tonnellata di lingotti d'oro.
La lotta insurrezionale tunisina sta aprendo la strada ad altre lotte in Algeria, Marocco ed Egitto, innescate dagli effetti disastrosi della crisi sociale; da questa parte del Mediterraneo dobbiamo mobilitarci affinché tali lotte e rivolte non vengano stroncate da nuove dittature, preparate e sostenute dai governi europei, stroncando ogni possibile forma di paternalismo e di razzismo tendenti a separare e a contrapporre quelli che sono gli interessi comuni di ogni lavoratore e di ogni essere umano: la dignità, la libertà, la giustizia sociale.
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venerdì 21 gennaio 2011
Per diventare azioni, le idee devono dapprima circolare
Il capitalismo è arrivato a governare l'intero pianeta e ora opera attraverso il mercato globale. Inizialmente ha distrutto le relazioni sociali precapitaliste e per farlo ha dovuto distruggere la struttura sociale che è all'origine di queste relazioni - la comunità - l'organizzazione sociale che l'umanità ha usato per migliaia di anni per soddisfare le proprie necessità. Ci troviamo ora in un momento storico critico, in cui il capitalismo ha distrutto i concetti stessi di auto-determinazione (autonomia), di autarchia relativa, di solidarietà nella comunità, il legame diretto fra produzione e consumo, ma anche la coesistenza armoniosa degli esseri umani con la natura. Viviamo in enormi condomini, ma non in una comunità. Le persone lavorano per ottenre una paga e spendereil proprio denaro in un supermercato, votano per lasciare ad altri più "esperti" la soluzione dei problemi di tutti, ascoltano tutte la stessa musica, si distraggono tutte nella stessa maniera, parlano lo stesso linguaggio, e così via.
Qualsiasi indicazione di un radicale cambio sociale è considerato utopico, non solo poichè l'autorità è rafforzata dalla tecnologia avanzata, ma anche perchè il significato classico della parola "rivoluzione" è stato dimenticato. Se con "rivoluzione" intendiamo il mettere in comune i mezzi di produzione, allora come possiamo parlare di questo quando non c'è più una comunità? Se consideriamo la rivoluzione come lotta di classe, in cui determinati gruppi sociali stabiliscono infrastrutture socio-economiche auto-organizzate (come edifici occupati, scuole libertarie, e così via) all'interno dei confini di una città, allora come possono portare a termine il loro progetto senza avere accesso ai mezzi di produzione agricoli che forniscono quanto è necessario a vivere? E come potremo parlare di produzione rurale auto-organizzata se in qualche decennio la maggior parte dei semi naturali saranno estinti e i contadini dipenderanno da coorporazioni sovranazionali?
Il capitalismo ci obbliga a essere in competizione, a occuparci del solo benessere individuale, a lavorare per costruire le nostre carriere. Indipendentemente dalla natura della tua professione, non sei niente di più di uno schiavo pagato. Il capitalismo ha distrutto ogni senso di comunalismo, ogni consapevolezza di interesse comune.
In Grecia i gruppi libertari-antiautoritari che si sono formati hanno un orientamento esclusivamente ideologico o politico e non tengono in considerazione la vita di ogni giorno, come il crescere e l'educare i tuoi figli. Pospongono l'attuazione delle loro idee in un lontano futuro senza cercare di metterle in pratica.
La realizzazione di una nuova società può accadere sia nelle città che nelle regioni rurali, ma in queste ultime c'è (teoricamente) una maggior probabilità di successo.
Dovremmo creare o costruire le comunità libertarie? Entrambe le cose possono accadere. La differenza è che le creazioni possono evolvere, mentre le costruzioni sono destinare a morire. La costruzione di una comunità libertaria può, inizialmente, essere basata su particolari caratteristiche politiche e su cooperative che permetterebbero il fiorire delle idee libertarie.
Lo sviluppo del municipalismo libertario dovrebbe diventare una priorità del movimento liberario e anarchico. Nello sviluppo delle forme libertarie di organizzazione possiamo distinguere quattro piani fondamentali di azione: il sociale, il politico, l'economico e il culturale.
Il piano sociale
All'interno di una comunità libertaria:
non esiste la divisione del tempo tra lo "svago" e il "lavoro" perchè lo sfruttamento degli umani sugli umani è abolito, come pure ogni forma di lavoro salariato;
la gente cessa l'esperienza dell'alienazione del lavoro ed è felice di consumare ciò che produce;
prendersi cura dei bambini e degli anziani diventa responsabilità dell'intera comunità;
il sapere di ognuno e' usato per il bene comune. Il muratore può aiutare nella costruzione di nuovi edifici, l'architetto nella ristrutturazione di edifici datati, il contadino può traferire la propria conoscenza alla comunità, l'insegnante può insegnare nella scuola locale, etc.;
il primato degli umani sulla natura è abolito per instaurare una nuova relazione armoniosa con l'ambiente.
Il piano politico
Sul piano politico, la comunità libertaria:
è basata sull'esercizio della democrazia diretta, sul funzionamento dell'assemblea generale e sulla presa di decisioni basate sul consenso;
può cooperare con altre comunità per creare reti;
può rendere pubbliche le proprie idee;
può partecipare alle battaglie sindacali;
può organizzare eventi e incontri
inoltre può partecipare a manifestazioni nelle città.
Il piano economico
Una comunità libertaria basa le sue funzioni economiche su:
una organizzazione cooperativa egualitaria e la gestione comune dei mezzi di produzione;
la cooperazione di tutti i componenti verso il benessere comune;
la capacità di comprare all'ingrosso prodotti non disponibili localmente;
la relazione diretta tra produttore e consumatore e l'abolizione di intermediari nella vendita al dettaglio;
la creazione di laboratori comunitari.
Inoltre:
la dipendenza dell'economia dalla moneta è ridotta grazie all'auto-consumo;
il costo di produzione diminuisce grazie all'amministrazione comunitaria. Il costo per l'acquisto di prodotti non locali diminuisce, perchè saranno acquistati all'ingrosso;
il legame tra due o tre comunità può facilitare lo scambio dei beni prodotti.
Il piano culturale
Nessuno può immaginare esattamente come tali comunità possano incorporare le culture locali morenti, le contro-culture, le vite dei propri componenti, etc. Le vie espressione culturale che percorriamo sono gli elementi che evolveranno in una cultura a lungo termine. E ci sono molti di questi cammini: biblioteche comunitari, caffè comunitari, produzione di documentari sulle tradizioni della comunità, storia locale, lezioni gratuite, etc.
Infine ci sono così tante cose che possiamo fare che dobbiamo sederci e discutere come farle.
Fotis Katevas (Φώτης Κατέβας)
Eutopia, pubblicazione numero 1, March 1999
Traduzione dalla versione inglese, abbreviata (Dicembre 2009)
mercoledì 15 dicembre 2010
Un soffio libertario su Atene
Dopo le elezioni di novembre, il governo social-democratico del PASOK ha portato un attacco senza precedenti ai diritti e al reddito di lavoratori e pensionati. Nel frattempo, il sistema bancario esercita una pressione soffocante per le piccole imprese imponendo il blocco ad ulteriori prestiti e la inevitabile chiusura di queste. Le notizie relativa al licenziamento di lavoratori sono all’ordine del giorno mentre gli annunci di nuove assunzioni sono sostanzialmente inesistenti e anche quando esistono, esistono a condizioni umilianti. Il paese è entrato in un processo di indebitamento miscelato dal FMI e dalla UE, mentre la presenza della “Troika” (UE, BCE, FMI) è ormai costante.
Lo sforzo governativo di dimostrare una diminuzione del deficit finanziario nazionale avviene attraverso l’aumento della tassazione diretta sui beni di prima necessità, attraverso la diminuzione del personale nel settore pubblico (sanità, istruzione, ecc), attraverso il drammatico ritardo nei pagamenti per il personale così come per i fornitori, ecc. Allo stesso tempo, lo stato costantemente aumenta la repressione e riempie le strade, piazze e quartieri con migliaia di agenti di polizia. Le crudeli misure - finanziarie ma non solo - imposte finora dalla politica governativa sotto regia del FMI, non sono avvenute in condizione di pace sociale. Naturalmente, le manifestazioni e gli scioperi che hanno avuto luogo non sono riusciti a fermare la realtà di cui sopra.
Tuttavia esse hanno funzionato almeno come un segno che la società non è rassegnata e che ha la forza, se lo desidera, di resistere. La dimostrazione del 5 maggio è stata la “chiave di volta” per queste mobilitazioni. Lo sciopero generale che si è svolto in quel giorno è stato determinato da una non comune dimostrazione nel centro di Atene. I partecipanti sono stati di gran lunga più di cento mila. La decadenza del sistema politico, il coinvolgimento costante dei politici di alto rango in scandali finanziari, le bugie pre-elettorali e le politiche finanziarie e barbare combinate con le politiche di offrire enormi aiuti finanziari alle banche, hanno creato, all’interno della società, un chiara visione negativa dei politici. Questa opinione è stata espressa prevalentemente nella dimostrazione di Atene della maggioranza dei manifestanti. Due “tradizionali” slogan anarchici (“Lasciate che il Parlamento-bordello bruci” e “Poliziotti-maiali-assassini”) hanno scandito tutta la dimostrazione. La folla ha cercato di entrare nell’edificio del parlamento greco.
La pressione esercitata dal corteo sulle forze di polizia è stata così grande che la polizia ha avuto bisogno di attaccarlo in vari punti per cercare di disperderlo. Quest’atmosfera “accesa”, o almeno la decisione senza cervello di alcune persone di appiccare il fuoco ad una banca, ha provocato la morte per soffocamento di tre
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lunedì 12 aprile 2010
Repressione antianarchica
In un raid notturno del reparto antiterrorismo della polizia greca, sono stati arrestati sei anarchici greci, con l’accusa di appartenere al gruppo rivoluzionario Epanastatikos Agonas (E.A., Lotta Rivoluzionaria). Si tratta di noti militanti del movimento anarchico greco:
– Nikos Maziotis, 39 anni, già condannato in passato con l’accusa di aver piazzato una bomba che non era esplosa, e per aver rifiutato il servizio militare di leva (obbligatorio in Grecia)
– Panagiota Rupa, 41 anni, compagna di Maziotis, incinta al 7° mese di gravidanza
– Evaggelos Stathopoulos, 32 anni,
– Evaggelos Gurnas , 30 anni,
– Sarandos Nikitopoulos, 32 anni
– Cristoforos Kortesis, 31 anni
Dopo l’operazione, è scattato il meccanismo di propaganda dei mass media greci, con la divulgazione di notizie ufficiali e ufficiose (in realtà comunicati stampa e ”fughe di notizie” della polizia), molte delle quali contraddittorie e facilmente smentibili:
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